IL GIOVANE FAVOLOSO – GIACOMO LEOPARDI

Nelle sale cinematografiche da oggi, 16 ottobre, il nuovo film di Mario Martone che racconta il poeta come un giovane ribelle: “Leopardi parla a chiunque sia giovane, non solo anagraficamente, proprio per la spinta verso la libertà che lo caratterizzava”

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Elio Germano ha dormito nel letto di Giacomino, l’ultimo era stato Carmelo Bene. Massimo Popolizio (che interpreta Monaldo) è stato l’unico autorizzato a spostare sulla sua scrivania delle grosse pietre che pare portino sfortuna a chiunque non sia un Leopardi. Martone ha potuto piazzare la sua macchina da presa nella biblioteca di Recanati con i suoi ventimila volumi, conservati con perizia. Sono fondamentali i luoghi del Il giovane favoloso, sono i luoghi veri dove Giacomo Leopardi è cresciuto, si è trasformato da bambino prodigio in giovane intellettuale, ha lottato per uscire dalla sua prigione dorata, da quella casa piena di stimoli culturali ma povera di esperienze reali. E alla fine, a ventiquattro anni, quando è riuscito a lasciare “il natio borgo selvaggio” la dura esperienza dell’alta società italiana prima Firenze, poi Napoli dove Leopardi viene prima celebrato, poi criticato ed emarginato.

Il direttore della nostra rivista, dott. Diego Mecenero,  è stato invitato all’anteprima nazionale tenutasi a Recanati e ha così descritto il film.

«Viene voglia di volergli bene, dopo più di due ore di pellicola, mossi da uno struggente moto di tenerezza e compassione. Così si esce di sala dal Teatro Persiani di Recanati dopo l’anteprima nazionale del film su Giacomo Leopardi, commentando con i vicini che “certo, non è un film per tutti”. O forse sì, è un film per tutti. E lo sarà: la Rai lo proporrà in futuro sul piccolo schermo in una versione più integrale e senza tagli.

Il film di Mario Martone, dalla fotografia incantevole che molto spazio dà a Recanati nella prima parte della proiezione, offre una lettura della vita del poeta significativa e profonda, senza scadere né nella ripetizione dello scontato, né in una facile sua sconfessione che si accontenti semplicemente di stupire smontando gli stereotipi su un personaggio. Si va in affondo, invece, e lo si vede perfino “plasticamente” in come l’eccellente Elio Germano piega verso il basso il corpo di Leopardi, premuto in giù dal dolore del corpo e dell’anima.

Ne esce una figura definibile come un “titano”, l’emblema di un essere umano che, lungi dall’apparire patetico e meramente pessimista, ha invece la forza di reggersi in piedi dinanzi all’irrefrenabile forza crudele della vita (perché così è la vita: crudele). Certo, è schiacciato, “piegato a gobba” da essa, ma tiene lo sguardo sollevato a “mirare” e ha il coraggio di sorridere, quasi sornione.

“Odio questa vile prudenza che ci agghiaccia!”, questo l’urlo letteralmente straziante di Giacomo Leopardi che rimbomba tra le pareti della casa paterna, laddove si percepisce un sentimento di tenero amore nel rapporto padre-figlio, soffocato però dalle rigide convinzioni di papà Monaldo che, “prudentemente”, pone chiari limiti all’esplorare e “sentire” la vita. Leopardi, invece, si sente un fuoco dentro e vorrebbe divampare fino ai confini dell’universo, osando “cose grandi”. Ma non può e, come un recluso, trova nella lettura e nella scrittura l’unica via di grandezza.

Così la sua vibrante e quasi forsennata ricerca del massimo grado di poesia non è per nulla accademica: “Io non ho bisogno di fama, o di gloria, io ho bisogno di amore”, queste le sue parole. E proprio dell’amore di una donna, fosse rappresentato anche da un solo bacio in vita, che purtroppo non arriverà mai.

Piacciono i suoi scritti ai critici letterari, ma dopo un po’ stancano: troppo pessimismo. Si calca nel film questa affermazione, dando modo però di smontare la distinzione vuota tra ottimismo e pessimismo. Ai ben pensanti che credono che il progresso porti felicità all’uomo Leopardi replica in modo spiazzante: “Siete una massa felice, composta di individui infelici”.

Non c’è nulla da fare: la vita è soffrire, non solo la sua, quella di tutti. Potente la scena in cui una gigantesca sabbiosa statua vivente di donna (la Natura, somigliante alla freddissima figura di sua madre) dichiara solenne che “potrebbe accadermi di sterminarvi tutti, e io nemmeno me ne accorgerei”.

Leopardi è semplicemente consapevole di questa, che è una verità inoppugnabile. Non soffre a causa della sua sfortunata salute cagionevole, soffre perché sa cos’è la vita. Lui è anzi l’unico capace di soffrire, di reggere tale consapevolezza, mentre gli altri, deboli dentro, riescono solo a credersi felici. Così si toglie il vestito nero degli armadi di casa, se ne compra uno dal colore blu turchese e cammina gobbo (in maniera quasi imbarazzante a vedersi) a spingere avanti, come un cucchiaio contro il ghiaccio, la sua voglia di vivere. Ma non ci riesce, e ciò fa tenerezza, e crea dolore, non il suo, il nostro. Perché anche noi siamo dinanzi alla stessa vita.

Un film delicato e forte, incantevole nei paesaggi della terra e dell’anima, con musiche discrete ma penetranti. Bello, assolutamente da vedere e da esserne orgogliosi.»

 

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