Perugia ritrova l’antica Fersna

I lavori di consolidamento della Cattedrale stanno facendo riemergere le vestigia etrusche e romane del capoluogo umbro.

Della Perugia etrusca, seppellita da tremila anni di storia, non resta alla luce del sole che qualche brandello, dal robusto arco ingentilito da una civettuola loggetta rinascimentale alle mura di travertino che appaiono e scompaiono come un fiume di pietra candida tra case, scalinate e strade in mezzo alle porte Marzia e Trasimena; e, nel sottosuolo, il vertiginoso pozzo incuneato sotto palazzo Sorbello o le misteriose urne stuccate dell’ipogeo dei Volumni. Il passato della Fersna etrusca e della Perusia romana è nascosto nella cittadella sotterranea affondata ai piedi delle fondamenta del Duomo: mura etrusche, domus romane e fondazioni medioevali incastrate e aggrovigliate in un labirinto di pietra, intersecate da frammenti di basolato limato dai solchi di invisibili carri, intrecciate da archi ciechi e corridoi, trapassate da scale e gradoni che scivolano giù fino a quindici metri sotto via delle Cantine e via Maestà delle Volte, disegnando un paesaggio segreto che avrebbe fatto fremere la matita di Maurits Escher, mago delle topografie impossibili.

Con i lavori di consolidamento statico della Cattedrale di San Lorenzo, sotto le navate e i presbiteri, le sagrestie e i chiostri del Duomo sono riemerse le viscere nascoste di Perugia. Una manna per ingegneri, architetti e archeologi, davanti ai quali si è materializzato, passo dopo passo, un tortuoso reticolo di cavità, cunicoli, archi, volte, logge, pozzi, impluvi, fondachi, strade, gallerie, fondamenta di torri ed edifici antichi. Scavando al di sotto delle proprietà del Capitolo, ha preso forma e misura circa un chilometro di camminamento sotterraneo in cui, come negli strati sovrapposti di una gigantesca torta di terra e pietre, si mescolano storia e leggenda, si fondono epoche e stili, si confondono popoli e culture. Casse e casse vengono riempite negli anni con straordinari pezzi unici, come la rubizza testa di satiro con occhi turchini e barba da imam, attualmente esposta nel museo di San Domenico.

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Non è semplice neanche per gli esperti ricomporre i tasselli di una babele archeologica ancora in tutto o in parte da studiare. Il rischio per il visitatore, che dal 2011 può accedere a questo immenso frammento della Perugia underground (visite guidate con prenotazione obbligatoria, tel. 075.5724853), è di ritrovarsi spaesato come Alice dietro lo specchio. Che tutto il percorso, al di là della suggestione visiva e del fascino complessivo, gli appaia un incomprensibile intrico urbanistico, una sorta di indecifrabile città sotto la città. Restano da approntare le esposizioni in teca dei reperti recuperati, i cartelli esplicativi, i percorsi guidati, gli allestimenti architettonici e l’illuminazione adeguata che permettano anche al profano di “leggere” un intrico così complesso di strutture. Il tutto, per ora, si offre agli occhi nella sua essenzialità, nella nudità di una planimetria astratta quanto la mappa di una gigantesca Perugia sotterranea che ha cominciato a prendere fisionomia una trentina d’anni fa, dall’inaugurazione del nastro di scale mobili che dalla base del colle Landone conduce direttamente nel centro storico perugino.

Anche in quell’occasione emersero le superstiti strutture del quartiere fantasma distrutto in epoca cinquecentesca per far spazio alla fortezza papale della Rocca Paolina. La topografia medievale della città fu stravolta: inglobato nella roccaforte il quartiere dei Baglioni, demoliti torri ed edifici religiosi, distrutta l’etrusca Porta del Sole, mentre il campanile di San Domenico e la chiesa di Sant’Ercolano recano tuttora i segni dell’iniziato abbattimento. Le scoperte nel sottosuolo della Cattedrale non sono insomma una novità per i perugini, assuefatti ad una città che periodicamente riemerge e risorge come una fenice dal suo stesso suolo, e si modifica in perenne simbiosi con l’antico inglobando le strutture più moderne nei rigurgiti della sua storia millenaria.

Assieme agli scavi della Cattedrale, il convento di San Francesco del Monte è un altro gioiello sconosciuto della città, uno dei luoghi nascosti della spiritualità francescana in Umbria (attualmente nel monastero vive una comunità di appena sei frati, che curano un pensionato universitario e gestiscono una casa d’accoglienza per ospiti e visitatori). Oltrepassate le mura medioevali per il Cassero di Porta Sant’Angelo e risalita la ripida via mattonata fiancheggiata dalle cappelle della Via Crucis, si sale a nord verso il colle di Monteripido; qui la magnifica biblioteca tardo-settecentesca è il tesoro del convento: un trionfo di boiseries, scaffalature, pannelli, ori, stucchi e intarsi lignei che conserva le architetture e gli arredi originari, dal pavimento in cotto al soffitto decorato, dalle preziose consolles ai sontuosi tavoli di lettura.

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Tante, qui a Perugia, anche le misconosciute, segrete espressioni di quella piccola industria e di quell’artigianato in cui si manifesta la proverbiale indole artistica umbra. Ad esempio il Laboratorio Giuditta Brozzetti, installato nella chiesa sconsacrata di San Francesco delle Donne, dove da un secolo e da quattro generazioni si producono preziosi arazzi assieme a tende, tovaglie, copriletti e altri complementi d’arredo pregiato. Marta Cucchia, assieme ad altre due compagne, è l’ultima erede di questa dinastia di tessitrici; dopo un apprendistato milanese nel campo dell’interior design, ha sentito il richiamo del sangue ed è tornata a lavorare sugli ottocenteschi telai jacquard a battuta manuale, introducendo nei consueti motivi della tela umbra e delle “tovaglie perugine” – grifoni stilizzati, inserti floreali e orditure geometriche – anche qualche disegno più innovativo.

Di tradizione ancora più antica è lo Studio Moretti Caselli, dove da centocinquant’anni si fabbricano e si restaurano vetrate dipinte. Le fotografie d’epoca, i bozzetti, i disegni e gli abbozzi che tappezzano lo studio accanto agli strumenti originali, le fornaci a legna e i telai da pittura, plasmano un caratteristico décor da atelier artigiano, una scenografica atmosfera da quinta teatrale. Nel quattrocentesco palazzetto dei Baglioni, ai piedi della Rocca Paolina e sotto il belvedere di Piazza Italia, cinque generazioni di mastri vetrai, dal fondatore Francesco Moretti all’attuale pronipote Maddalena Forenza, si tramandano l’arte di creare vetrate da chiesa e da abitazione, dipinte a fuoco con una tecnica abilissima che cela dietro unaa rutilante policromia le sottili giunte in piombo dell’intarsio.

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